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LUIS SEPÚLVEDA E IL FARO IRRAGGIUNGIBILE DELL’UTOPIA

di Maria Grazia Pani

C’era una volta Luis Sepulveda, il navigatore coraggioso, che al buio di una lunga notte, ritto sulla prua della nave, cercava il faro irraggiungibile dell’utopia.

 E’ così che immagino l’inizio di una favola scritta per tramandare la memoria di questo uomo straordinario.

Questa visione mi appare d’un tratto, mente rileggo Raccontare, Resistere conversazioni con Bruno Arpaia, un libro affascinante, che consiglio a chi vuole conoscere meglio il pensiero dello scrittore cileno.

In un passo del libro, Arpaia propone a Sepulveda la definizione di utopia di Galeano «L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. Allora a cosa serve l’utopia? Serva per continuare a camminare.»

E Sepulveda risponde «La definizione di Galeano mi piace, perché sgombra il campo dagli equivoci e contemporaneamente mette in risalto il grande ruolo propulsivo delle utopie, la loro funzione di motore della storia. L’utopia deve avere la qualità luminosa di un faro irraggiungibile. Quando pensiamo di averla tra le mani, di averla catturata, in realtà la stiamo travisando, perché le neghiamo la mobilità continua che ne costituisce l’essenza: allo stesso tempo neghiamo agli altri la possibilità di arricchirla con nuove idee e nuove proposte etiche.»

Ecco la grande utopia che brilla come un faro: l’etica. Questo è ciò per cui Sepulveda combatte. L’etica è essenziale sin dall’inizio, quando, liceale, si impegnò per ottenere la tanto desiderata tessera da militante comunista. Agire per il bene, sforzarsi di immaginare un mondo migliore e cercare di attuare la rivoluzione culturale necessaria per renderlo possibile. «Mi sentivo destinato a cambiare il mondo, però in realtà non sapevo come fare», ricorda quando racconta della sua giovinezza; «diventai il primo segretario politico della cellula della Gioventù Comunista Antonio Gramsci». Da allora quel ragazzo così pieno di idee e di ideali decide di schierarsi, come solo i veri intellettuali sanno fare, pagando ogni sua scelta, senza sconti. Il carcere, l’esilio, la tortura, la separazione dalla donna amata, che ritroverà solo molti anni dopo.

Ma resiste. Resiste e scrive. Scrive e resiste.

 «A me interessa che mi riconoscano per quello che sono: un uomo che ha fatto una scelta di fronte alla vita, una scelta politica chiara, ma che non è un professionista del dolore. Per me l’esperienza del carcere, della tortura, è stata dura quanto quella degli altri. Non ho mai permesso che quella esperienza mi annichilisse quando la vivevo e non ho consentito che lo facesse dopo, trasformandosi in un tema obbligato dei miei libri.». Con disarmante e schietta sincerità, Sepulveda appare un gigante per umiltà, forza e onestà.

Quel pensiero etico, quella preoccupazione volta allo sforzo e all’impegno per raggiungere un’equità sociale, sono costanti della sua vita e della sua scrittura.

 In un’intervista dichiara: «Non sono contro il progresso. Sono contro un’idea di progresso sostentata dal mito della velocità. Per esempio tutti i Paesi parlano di crescita: l’Italia cresce di 2.0, la Germania cresce di 3.5, ma nessuno spiega a un cittadino cosa significa questo. Qual è il valore di questa informazione. Crescita significa che siamo tutti migliori? Che siamo arrivati a una porzione di felicità maggiore dell’anno scorso? Che abbiamo raggiunto una società più egualitaria?

No. Io sono contro questa idea di progresso. Tutti noi abbiamo in casa un telefono, la televisione, il frigo. Ma il 60% dell’umanità non ha acqua, non ha elettricità, non ha telefono, non ha scuola pubblica, non ha sanità pubblica. La mia idea di progresso è molto diversa. Io credo sia possibile un’altra idea di progresso».

Un’altra idea di progresso. Che meravigliosa utopia. Che faro splendente e irraggiungibile, nella più buia delle notti!

Non c’è occasione in cui non emerga la sua costante attenzione agli ultimi, ai diversi, ai dimenticati, la sua lotta per dare voce a chi non ne ha. Le sue battaglie per l’ecologia e per l’ambiente, il suo parlare con fermezza, con rigore, con trasparenza, ne fanno un paladino, la cui unica arma è la parola. Senza nascondersi, senza giocare con la parola, ma riconoscendole un valore fondamentale: il potere della comunicazione della verità. Una verità che punta il dito sull’ingiustizia sociale, sulle disparità, sulla povertà, sulla marginalità. Sepulveda è uomo tra gli uomini.

Si sente uomo, prima che scrittore.  In Raccontare Resistere, Arpaia cita una frase di Elsa Morante “Una delle possibili definizioni giuste di scrittore per me sarebbe: un uomo a cui sta a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura”. E questa definizione di scrittore sembra scritta per Sepulveda, che infatti risponde:

«Per me uno scrittore è un uomo o una donna che è a suo agio dentro la vita, nelle cose più apparentemente insignificanti, e proprio per questo è scrittore. Le parole di Elsa Morante sono un manifesto contro l’assurda sacralizzazione dello scrittore, considerato come una creatura da scrivania che vive totalmente di letteratura e per la letteratura. Contesto l’esistenza di quel limbo dello scrittore o dell’intellettuale che gli permette di essere lontano dagli altri e tuttavia di esprimere opinioni.»

Ed eccolo infatti al fianco di Greenpeace per fermare la caccia alle balene, due mesi in mare, e alla fine la vittoria. «Allora ho imparato che, se c’è una coscienza forte, la lotta può essere vincente. La politica la fa anche ciascuno di noi, dal basso, con le proprie scelte quotidiane. Se c’è un’idea forte è possibile vincere.»

Ed è ancora l’uomo che un giorno si trova a rispondere a una domanda del nipotino “Perché le lumache sono così lente?”. L’uomo ascolta la domanda. Lo scrittore non si sottrae e cerca di dare la migliore risposta possibile. Così nasce “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”. Perché, come nella migliore tradizione favolistica mondiale da Esopo ai fratelli Grimm, sono gli animali che indicano agli uomini la via della saggezza, attraverso metaforiche storie esemplari.

In una sua intervista rilasciata in occasione di una presentazione di questa favola, Sepulveda afferma «Non credo nel mito della velocità. Quando guardo un’auto che può andare a una velocità di 250 km orari mi viene da pensare che a me non interessa andare a 250 km all’ora! Preferisco andare piano, perché io so dove voglio arrivare. E preferisco andarci con i miei piedi, o con la bicicletta o con la mia vecchia auto. Andare più lentamente ti offre maggiore possibilità per guardare le cose, per capirle.  Il mondo moderno si muove a una velocità vertiginosa e in questa corsa si lasciano tante cose senza neanche vederle, senza capire che significato hanno».

Procedere lentamente, accorgersi delle cose, osservarle, porsi delle domande.

Fermarsi. Ed è quello che è accaduto. Ci siamo fermati. Tutti. Il mondo ha dovuto frenare la sua folle corsa. E’ stato un virus a fermare tutto. Non una lumaca. Forse un pipistrello, chissà.

Da un giorno all’altro ci siamo ritrovati a guardare il mondo dalla finestra, a chiederci come sia potuto accadere, cosa è successo, cosa è andato storto. E forse abbiamo cominciato a capire che le cose erano storte già da parecchi anni e che è arrivato il momento di provare a raddrizzarle, e, come diceva Sepulveda, «è importante lavorare per creare una società di cittadini e non di miserabili consumatori. È l’ultima rivoluzione che possiamo fare. La rivoluzione definitiva dell’immaginario collettivo. Immaginare come deve essere la società che vogliamo per noi, per i nostri figli, per le future generazioni. Una società giusta».

L’eredità che ci lascia questo maestro di vita e di scrittura è immensa. Sta a noi comprendere il valore dei suoi messaggi e impegnarci in prima persona, ognuno come può, affinché questa rivoluzione culturale non resti una vuota chimera, ma piuttosto una bellissima, irraggiungibile utopia, da non perdere di vista nelle notti più buie. Notti buie come questa, in cui il navigatore coraggioso, ritto sulla prua della nave, cerca la luce del faro, accompagnato, nella sua solitudine, dal canto delle amiche balene, nel suo ultimo viaggio.

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PER QUESTO ARTICOLO HO DIALOGATO CON :

Luis Sepúlveda, Raccontare, resistere. Conversazioni con Bruno Arpaia, Guanda, 2002;

Luis Sepúlveda, Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, Guanda, 2013;

Luis Sepúlveda, Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa, Guanda, 2018.

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Maria Grazia Pani, nata a Bari, è regista, librettista, soprano e docente di canto Lirico presso il Conservatorio N. Piccinni di Bari. Nel 2015 ha pubblicato TeatrOpera, per Florestano Edizioni. Il suo sito web è http://www.mariagraziapani.it

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