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Crisi della società o società della crisi? (Appunti)

di ANTONELLO DI FATO

Forse che tutte le cose si dileguano e abbiamo sempre più terrore della tomba, da cui nessuna tecnica potrà sottrarci, che cerchiamo nuovi valori dietro cui farci, come se le possenti mura di Ilio abbiano poi potuto qualcosa contro l’epica furia dei figli di Danao, e il cuore è sempre in tumulto.

Forse che Dio è morto è una frase adusata, esasperata persino dalla bocca degli sciocchi, troppo popolare e comune per essere malcreduta o semplicemente ignorata come una fola; e mentre crollano e cerchiamo al lanternino le vecchie certezze, le nuove non sapremmo di dove cavarle. Forse che ci avviamo a un nuovo corso, e non solo per i fatti di Minneapolis o la vernice a Montanelli, su cui troppi stolti hanno pure ciarlato, ma per il razzismo e la barbarie mai dismessa, per la povertà assoluta e l’imperialismo e la tensione fra gli stati; per i nazionalismi che s’accendono come fuochi fra stoppie riarse di popoli che chiedono pane; per il capitale che continuamente ci rapina della vita, e per la Terra, nostra preziosa Terra, che dopo secoli a guadagnarla sferica torna a essere piatta, a prillare come una moneta su se stessa, a cadere su un piano -seppur dunque è possibile dire “piano”- che non si sa dove poggia : su fondamenti invisibili ,diremmo con la lingua di Mario Luzi, che non vediamo, ma che non per questi occhi sporcati di terra è possibile che non vi siano.

Questi legami che ci tenevano avvinti alla storia – ora che quasi fluttuiamo nel tempo e nello spazio- si sciolgono, altri si tengono malcerti in piccoli nodi, cirri di una vite che non sa dove aggrapparsi. Il frutto maturo pencolerà senza sostegno? Se ciò che siamo e ciò che vogliamo non riusciremo mai a saperlo – e nemmeno, credo, il più celebre negativo montaliano-, dove ci volteremo noi che non abbiamo appiglio? L’individuo da solo cova la propria idea, e più che in passato la verità universale si colma di quella particolare e non sussiste più autonoma, se mai lo è stata. È solo quella particolare che conta, e il suo particolare modo di conseguirla, non l’universale che ha perso attrattiva e a tutti ricorre banale, quasi che a parlare di Dio o dell’Uomo si commettesse peccato. Eppure è attorno a una riflessione sull’Essere, e sulle sue identità – “Dentro il cuore, ah, mi vivono due anime”, scriveva Goethe nel Faust, “/e una dall’altra si vuole dividere. / L’una, in sua dura avidità d’amore, / si stringe con tenaci organi al mondo, / potente l’altra dalla polvere si leva / ai campi ermi degli avi[1]– ,che il mondo dovrebbe rinsaldarsi: l’Universale e il Particolare, l’Essenza e la Forma. Ma per il Globo veloce è un gioco, un passatempo fermarsi a pensare, – l’imperativo è produrre! – e il solipsismo e la caduta, la solitudine e il nichilismo, l’inferno e la condanna vengono coltivati senza perché, senza una pur minima riflessione, quando siamo fatti per un fine più alto, non fosse che per affermare noi stessi. Ma allora quali valori abbiamo perduto? Cerchiamo sempre le medesime cose, e solo i tempi cambiano e le mode, e gli schermi che fra noi e noi stessi frapponiamo -“Da tanto tanto tempo cresce l’erba / da tanto tanto tempo cade la pioggia / da tanto tempo la terra gira[2].

Tutto risponde a incertezze, e mentre vecchi idoli si lasciano abbattere, sorgono simulacri, immagini vane, forme sempre eguali, omologate a un pensiero liberista dal fondo intollerante che sceglie una veste multicolore per manifestarsi anziché il pece delle camicie consegnate alla storia.

La scienza ha emancipato così tanto l’uomo dalla natura che essa ci appare distante, e “gli uomini pagano l’accrescimento del loro potere con l’estraniazione da ciò su cui lo esercitano[3]; e chi dispera dei vaccini e chi crede d’essere vittima d’un enorme complotto testimonia solo l’estrema parte di un processo di desacralizzazione del sapere già in atto da tempo, e che ora tocca addirittura la dabbenaggine. Questo è mettere alla prova ciò che siamo finché, quasi giocando, inconsapevoli fanciulli d’un pericolo mai esperito, ci schianteremo sul muro di una nuova guerra da cui non saremo più in grado di sorgere.

Ora che la storia dissennata galoppa su nervi d’acciaio l’idea si frange per le grandi masse, cova nel tumulto, viene lanciata nel basso: forse che da questo possiamo attenderci qualcosa di buono? Che le divergenze vengano appianate e le armi rese? La società è strumento dell’umore del mercato, ed è noto che il fuoco divampi e si alimenti laddove soffia e lo trascina il vento. Ci illudiamo forse che solo una rivolta disordinata possa dare frutti sperati, e con essa poi godere degli eterni e sacrosanti diritti del cittadino (chi oserebbe dire dell’uomo)? Ma come? Se l’idea è strumentalizzata e di tutto è fatto mercimonio, e il più puro di questi “progressisti” non spargerebbe una stilla del proprio sangue per i diritti che, dietro un computer, professa, o, sarebbe meglio dire, profana? Se tutto è una mascherata e l’ignoranza domina e il relativismo, dove finiremo noi che non abbiamo nocchiero? Ci infrangeremo sui solti scogli d’incalcolate conseguenze, verso cui baldanzosi ci facciamo: scogli divenuti più alti non perché essi siano di fatto cresciuti, ma perché il mare di sotto si è ritirato scoprendone gli orridi fondi.

Il mondo che abbiamo eretto sulle ceneri del breve secolo passato non ha mai visto una rinascita ma crede solo d’averla ottenuta, e si innalzano barriere d’ipocrisia fidando di gettare ponti d’uguaglianza, si scordano la morale, la legge, la religione dei padri perché esse sembrano non appartenerci, retaggio di un mondo da disfare assieme alla sua struggente memoria. E quando avremo scordato tutto, e la terra sarà spoglia e ci verrà innanzi desolata, quali valori vi coltiveremo se quelli di cui abbiamo le sementa sono gli stessi che l’hanno resa un deserto? E mentre quelle descritte sono solo le scialbature di una decadenza vera, non v’è chi la denunci, o sono troppo pochi per esser creduti. E il mondo cerca altrove, volge il capo dall’altra parte scegliendo di non guardare, di trastullarsi in un’indolenza di schermi, come se solo fosse pensabile rivedere le stelle senza prima aver scalato il corpo oscuro della morte, confidando in sciocchi demagoghi, caricature di quelli passati ma altrettanto pericolosi, sepolcri imbiancati. L’arte e la cultura non posseggono più empirico valore – e scordano d’averlo addirittura avuto. Giurano d’essere sempre stati schiavi, di aver sempre portato le catene- se non quello dello svago e del divertissements , e gli artisti, quelli veri , sono ormai dei saltimbanchi, dei giullari oggetto di scherno da parte di una cultura d’industria che nega il pensiero e di cui sono solo l’estrema appendice, mentre i suffragisti del vuoto si arricchiscono fidando sul prodotto – ultimo ritrovato dell’intrattenimento illimitato sono le popolarissime serie tv, che così sconciamente ci derubano della vita, fra cui è così raro scoprire un gioiello che rifulge nel pattume – venduto a schiere di depensanti che credono l’arte evasione dalla realtà, quando è da essa che si parte ed è di essa che dobbiamo riappropriarci!

Il pensiero alienante condanna all’esilio e deride la cultura, ora esposta al pubblico ludibrio e costretta ad abiurare coram populo alla gogna mediatica: ma il pensiero inconsumabile, seppur reso schiavo e immolato sull’ara della pubblica derisione, resta e arde di materia immortale, come Giordano Bruno dinnanzi a un Santo Uffizio che trema nel pronunciare quella condanna che esso stesso emette.

Gli ultimi intellettuali, seppure vi sono, sono lontani, e già li ammiriamo consegnati alla storia. Taluni stanno per spegnersi, altri già lo fanno (in forma privata e senza clamore di folla ha passato l’apparire Emanuele Severino, da molti considerato il più grande filosofo vivente, e solo una piccola fetta di mondo ne ha ricevuta l’eco, almeno nel nome, i più non ne suppongono neppure la passata esistenza). Gli altri sono prezzolati e parlano il linguaggio della finanza, commerciano con le parole e strumentalizzano l’arte; si assiepano come proci alle dimore dei vecchi padroni profittando della loro assenza, subdolamente sperando di ottenerne il posto e il prestigio, le antiche spoglie. Gente senza nerbo che crede solo nella roba e nella corsa per essa. Il mercato ha trasformato l’intellettuale in un feticcio, il ricordo più scialbo di se stesso e della propria vetusta vestigia, ora vestito di sterco. E mentre sorgono edifici tutti uguali, dagli interni dal gusto minimale, senza alcun significato che rimandi all’uomo e alla sua regalità, si stipano in uffici guardati a vista operatori e tecnici lobotomizzati la cui unica fede è nell’ideologia dell’indiscriminata produzione ad infinitum, e “non c’è differenza tra il destino economico e l’uomo stesso. Nessuno è qualcosa d’altro dal suo reddito […]. Ciascuno vale quanto guadagna, ciascuno guadagna quanto vale[4]. Il mondo si consuma nella cenere di una fenice ai suoi ultimi bagliori, e pochi confidano una rinascita.

Forse che già s’ode l’ouverture della nostra tragedia prima che s’apra il sipario?

E ci sarà presto da chiedersi se questa sia la crisi della società o una società della crisi.   

Bibliografia:

  • E. Montale, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2009;
  • D. Alighieri, Commedia, Garzanti, Milano 2016;
  • F. Nietzsche, La gaia scienza, edito da RBA, Milano 2017;
  • J. W. Goethe, Faust, Mondadori, Milano 2011;
  • M. Luzi, Le poesie, Garzanti, Milano 2015;
  • E. Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 2015;
  • M. Horkheimer – T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 2010;
  • W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2019;
  • W. Whitman, Foglie d’erba, Mondadori, Milano 2017.

[1] J. W. Goethe, Faust, Mondadori, Milano 2009, p. 87. 

[2] W. Whitman, Foglie d’erba, Mondadori, Milano 2017, p. 455.

[3] M. Horkheimer – T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 2010, p. 17.

[4] Ivi,p. 229.

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